Arriva una bellissima ricerca storica di Ernesto Apicella sullo zio di Andrea Camilleri, Carmelo, da leggere come un romanzo, la location è Agropoli
Sembra il titolo di un romanzo di Andrea Camilleri, ma quella che vi racconterò è la storia vera di Carmelo Camilleri, zio dello scrittore, confinato politico ad Agropoli e ispiratore del Commissario Montalbano.
(Ricerca Storica di Ernesto Apicella)
Andrea Camilleri, in una delle sue ultime interviste, pubblicata sul settimanale “Venerdì” di “Repubblica” (7 giugno 2019), poco prima della morte avvenuta il 17 luglio, rivela che per il “Commissario Montalbano” si è ispirato allo zio Carmelo: “A zio Carmelo ho voluto molto bene, per mesi sono stato ospite suo a Roma e a lungo mi parlò della sua rabbia di quei giorni milanesi, quando vedeva i colpevoli girare impuniti per le strade e gli innocenti in carcere destinati alla morte. Aveva appena preso servizio presso la Questura di Milano, quando nel 1928 fecero un attentato al Re Vittorio Emanuele III, venuto a inaugurare la IX Fiera Campionaria. Furono incolpati dei comunisti innocenti, ma mio zio pensava che fossero stati i fascisti, inimicandosi così il regime. Zio Carmelo per affermare la sua verità venne arrestato e condannato a cinque anni di confino, sacrificando la carriera in polizia. Perché ne ho voluto qui ricordare la figura? Perché egli è stato sicuramente e anche inconsciamente, l’ispiratore del mio Commissario Montalbano, un uomo che per la ricerca della verità mette in gioco tutto se stesso. È allora che è nato il mio personaggio”.
Milano 12 aprile 1928, l’attentato al Re

Carmelo Camilleri nato a Girgenti, il 20 gennaio 1892, da Andrea e da Kander Alice, era coniugato con tre figli, laureato in Giurisprudenza. Aveva combattuto, in qualità di capo della polizia, i “sovversivi” in Puglia e in Toscana, effettuando numerosi arresti. Aveva collaborato con il Prefetto Mori e si era occupato della sicurezza personale di Mussolini.
Scrive Andrea Camilleri nel suo libro “Esercizi di Memoria”: “…era avviato ad una brillante carriera quando, a un certo punto, la morte improvvisa di sua figlia lo ridusse a uno stato tale da fargli perdere ogni interesse. Diventò quasi un peso per la Polizia, tanto da subire tre trasferimenti in tre anni, ma l’attentato alla Fiera di Milano lo fece ritornare l’acuto investigatore che era sempre stato”.
Il 12 aprile 1928, Milano era in fermento per l’arrivo di Vittorio Emanuele
III, Re d’Italia, invitato a presenziare l’inaugurazione della IX Fiera
Campionaria, dedicata al decennale della vittoria della Prima Guerra
Mondiale. Ma il clima di festa si tramutò presto in tragedia. In piazzale Giulio Cesare era stata collocata una bomba all’interno di un lampione in ghisa, da far esplodere al passaggio del Re. Ma qualcosa non andò per il verso giusto e la bomba esplose in anticipo: salvando la vita del Re e del suo seguito, ma lasciando sul selciato più di cento persone, di cui venti morti tra militari e civili. Un testimone così raccontò a un giornalista de “La Stampa” l’esplosione: “La folla sembrò scindersi. Uomini, bambini, donne e soldati cadevano come falcidiati da una raffica di mitraglia. Urla di dolore, grida di invocazione e di soccorso. Aiuto! Aiuto! Erano le esclamazioni che maggiormente echeggiavano. Schegge da ogni parte, membra staccate dai corpi. Io caddi a terra e questa fu la mia salvezza”. Una tragedia che colpì l’Italia intera. Grande fu la commozione che suscitò la sventurata vicenda della famiglia Ravera: rimasero uccisi nell’attentato la madre Natalina Monti in Ravera, il figlio Enrico di 3 anni e i due nipoti, Gian Luigi di 5 anni e Rosina di 8 anni. Le prime indagini sull’attentato a Re Vittorio Emanuele III, s’indirizzarono subito sulla pista anarco-comunista, già seguita per i precedenti falliti attentati del 6 e del 9 aprile, compiuti sulla linea ferroviaria Roma – Milano. Carmelo Camilleri era giunto a Milano da pochi mesi, chiamato a ricoprire la carica di vice questore della polizia politica fascista e quando fu incaricato di indagare sull’attentato, si convinse dell’inconsistenza della “pista rossa”. In base ad alcune “soffiate” avute da suoi informatori, aveva seguito la “pista nera” che conduceva agli ex arditi della squadra “Oberdan”, trovando le prove che confermavano la colpevolezza di sei fascisti milanesi. “Fin dall’inizio” confesserà qualche anno dopo “ebbi la sensazione che la complessa organizzazione del bestiale atto di ferocia e le sue propaggini fossero da ricercare in ambienti a noi molto vicini, insospettati e insospettabili. Se si fosse lasciato fare alla squadra politica della Questura e alla compagnia interna dei Carabinieri, gli autori sarebbero stati subito identificati, ma dall’alto furono presi provvedimenti tali, da legarci le mani e impedire ogni seria indagine”. Infatti, la versione “ufficiale” voluta da Mussolini, indicava sei attentatori, tra comunisti e anarchici, che vennero arrestati e processati dal Tribunale Speciale.
Comunque, Camilleri preparò il suo rapporto e lo inviò ai suoi superiori, che lo trasmisero a Mussolini, che dopo pochi giorni diede l’ordine di “liquidare Camilleri”. Carmelo Camilleri lasciò la Polizia nel mese di agosto, ufficialmente per motivi di salute, e andò a lavorare nello studio dell’avvocato che difendeva uno dei sei presunti attentatori, portando con sé le copie dei fascicoli dell’inchiesta. Prima che il Tribunale Speciale pronunciasse la condanna a morte, oramai già decisa, dei sei presunti attentatori, Carmelo Camilleri inviò tutta la sua indagine al giornale francese di orientamento comunista “L’Humanité”. Racconta Andrea Camilleri: “Lo avrebbe fatto anche Montalbano. Uomini interessati alla verità assoluta, non a quella politica, costi quel che costi”. La pubblicazione dei documenti contribuì all’assoluzione definitiva della cellula anarco-comunista, mentre le autorità fasciste, che avevano individuato in Camilleri l’autore della fuga di notizie, il 3 aprile 1931 lo arrestarono: “Per avere, nella qualità di funzionario di P.S., comandante la squadra politica, asportato dal suo ufficio documenti riservati, dandoli in visione alle persone interessate e anche ad estranei”.
Ma la campagna d’opinione a suo favore promossa da “L’Humanité”, gli salvò la vita, facendo commutare la condanna a morte in confino, mentre la “pista nera” dell’attentato fu definitivamente insabbiata.
Il Confino di Agropoli

Carmelo Camilleri, con ordinanza del 18 maggio 1931, fu assegnato dalla Commissione Provinciale di Milano, al confino per anni cinque. Sedi di confino: Lagonegro, Agropoli, Lungro e Gerace Marina. Il 15 ottobre 1931, accompagnato dalla moglie e dal figlio, giunse, ammanettato e scortato dai Carabinieri, ad Agropoli proveniente da Lagonegro.
Ad accoglierlo il Podestà Gennaro Barlotti e il Segretario Comunale Michele Volpe, che gli consegnarono la “Carta di permanenza”, contenente le prescrizioni alle quali doveva attenersi, e la “Cartella biografica”, con tutti i suoi dati fisici e psichici segnalati periodicamente da vari funzionari.
Carmelo Camilleri, dovendo lavorare per mantenere la famiglia, giacché il sussidio giornaliero per i confinati politici era esiguo, aprì uno studio legale, al quale si associarono altri due avvocati confinati: Giuseppe Motta, ex Sindaco di Grassano (Provincia di Matera) e il Cav. Uff. Filippo Mandalari, amministratore dell’ex manicomio privato di Messina. Il Camilleri, ritenuto dalle autorità locali non sovversivo e quindi non pericoloso politicamente, per la sua provata professionalità ebbe l’incarico dal Comune di Agropoli di patrocinare alcune cause presso la Procura di Torchiara. A tal proposito, il 27 luglio 1932, il Podestà Gennaro Barlotti inviava una comunicazione al Questore di Salerno, informandolo di aver accompagnato personalmente l’Avvocato Camilleri alla Pretura di
Torchiara, per discutere una causa del Comune di Agropoli contro il Comune di “Monte Cicerale”. La presenza nello studio dell’Avvocato Motta, elemento tenuto sotto stretta sorveglianza dai fascisti agropolesi, perché ritenuto sovversivo, portò non pochi problemi al Camilleri. Infatti, al Podestà di Agropoli giunsero varie note dalla Questura di Salerno sul comportamento del confinato Motta.
Una di queste riguardava l’acquisto di una macchina da scrivere Olivetti per lo studio. Siccome all’avvocato Motta, tra le varie prescrizioni, era stato vietato l’utilizzo della macchina da scrivere, il Questore di Salerno invitò il Podestà a vigilare attentamente affinché l’Olivetti fosse utilizzata unicamente dall’Avvocato Camilleri e non dal Motta.
Al confino di Agropoli, Carmelo Camilleri restò per circa un anno, facendosi apprezzare dai colleghi avvocati agropolesi per la capacità professionale e per la serietà. Fu ben voluto dalla popolazione, giacché era sempre disponibile a patrocinare gratuitamente i processi civili degli agropolesi meno abbienti.
Il 4 novembre 1932, in occasione della ricorrenza del decimo anniversario della “Marcia su Roma”, fu concessa l’amnistia per reati politici e il 20 dicembre 1932, Carmelo Camilleri tornò in libertà.
Gli anni successivi al Confino

Carmelo Camilleri uscì dal confino con la vita distrutta. Racconta la nipote Stefania, affermata pittrice italiana: “Dopo un anno e mezzo di confino, la pena gli venne condonata. Ma il nonno, che era anche un avvocato, rifiutò incarichi di ripiego, usando la sua professione per difendere i diritti dei più deboli, fino a salvare molte famiglie ebree nella Roma occupata dai nazisti. Reintegrato in servizio nel dopoguerra, diventò giornalista ed editore della rivista della Polizia “Ordine Pubblico”, impegnandosi per creare un sindacato dei poliziotti, all’epoca privi di ogni tutela legale”. Carmelo Camilleri scrisse anche numerosi libri tra cui “Polizia in Azione”, “Il problema Carcerario italiano” e nel 1952 pubblicò il libro “Padre Pio da Pietrelcina. Nella vita, nel mistero, nel prodigio”. A tal proposito la nipote Stefania ricorda: “Devoto a Padre Pio, lo difese nel suo tormentato rapporto con la Chiesa negli anni ’40 e riuscì a scongiurare il suo allontanamento dal Convento di San Giovanni Rotondo con l’appoggio del Generale Emilio De Bono, allora capo della Polizia di Stato”. “Tralasciando la statura morale ineguagliabile di mio nonno.” conclude la nipote Stefania “Montalbano ha qualche analogia con lui, come il senso innato della giustizia e la passione per la buona tavola. Non tutti possono essere eroi e, comunque, mi fa piacere che mio nonno abbia ispirato un personaggio tanto amato dalla gente”.
Vi ho presentato un’altra pagina sconosciuta di storia agropolese, che ci guida alla scoperta e alla conoscenza dell’interessante capitolo dedicato ai numerosi confinati politici e civili, che nel ventennio fascista furono inviati ad Agropoli. Tra di essi personaggi di alto valore politico, sociale e morale che, come Carmelo Camilleri, scriveranno la storia d’Italia.
————————————Bibliografia:
–Andrea Camilleri “Esercizi di Memoria” 2017;
–Leonardo Sacco “Provincia di confino. La Lucania nel ventennio fascista” 1995;
-Salvatore Carbone e Laura Grimaldi “Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Sicilia”;
-Gaetano Cellura “Lo zio poliziotto di Camilleri”;
-Domenico Chieffallo “Agropoli, i confinati Politici nel periodo Fascista” Edizione C.P.C.C. 1995;
-“Intervista ad Andrea Camilleri” dal “Venerdì” di “Repubblica”. 7 giugno 2019;
-Matilde Amorosi ”Il vero Montalbano era mio nonno”. Settimanale “OGGI”, 4 novembre 2021.




