Non ha colori politici né ideologici ma solo la richiesta legittima di non morire nel territorio e di poter avere un pronto soccorso attivo
Parte la rivolta civile: migliaia di cittadini in mobilitazione permanente. Il territorio è pronto a gesti estremi.
Agropoli, 4 agosto 2025 – È una protesta che sta assumendo i contorni di una rivolta popolare, quella che si sta sviluppando ad Agropoli contro l’annunciata chiusura del Pronto Soccorso dell’Ospedale civile, l’unico presidio di emergenza tra Eboli e Vallo della Lucania. In un clima già segnato da disagi sanitari cronici e carenza di servizi essenziali, questa decisione ha fatto esplodere l’esasperazione di un intero comprensorio.
Il movimento di protesta è spontaneo, trasversale e inarrestabile. Coinvolge cittadini di ogni fascia sociale, operatori sanitari, sindaci, comitati civici, associazioni, attività produttive e perfino turisti, che si trovano loro malgrado privati di un presidio sanitario fondamentale.
“È iniziata una grande rivolta. Non ci fermeremo. Chi ci toglie il diritto alla salute si assume la responsabilità di ogni singola vita perduta per mancanza di soccorsi tempestivi” – dichiarano i promotori della mobilitazione.
UNA DECISIONE IRRESPONSABILE IN UN’AREA DA 200.000 PRESENZE STAGIONALI
La chiusura del Pronto Soccorso colpisce una città e un territorio in crescita. I numeri parlano chiaro:
• 75.000 abitanti stabili nel bacino invernale, tra Agropoli e i comuni limitrofi (Torchiara, Capaccio , Laureana, Castellabate, Perdifumo, Prignano, Ogliastro Cilento, Castellabate, Rutino, Lustra, Cicerale);
• Oltre 200.000 presenze effettive nei mesi estivi, con punte di oltre 80.000 persone ogni weekend di agosto;
• Più di 18.000 accessi al Pronto Soccorso registrati nel solo 2024;
• Una media di 60 accessi giornalieri in inverno, che diventano oltre 120 in estate;
• Decine di interventi in codice rosso o giallo ogni mese, in un’area dove il primo ospedale alternativo dista 40-60 minuti con mezzi di emergenza, spesso su strade tortuose e congestionate.
Questi dati sono incompatibili con l’idea di negare un presidio salvavita in un territorio dove l’accessibilità ai servizi è già un lusso, e dove ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte.
PROTESTA CIVILE, MA PRONTA A TRASFORMARSI IN DISOBBEDIENZA DI MASSA
In poche ore sta montando attraverso i social e con catene wa un’unione di persone che saranno migliaia a protestare con azioni forti e coordinate.
• lanciati appelli uniti dai sindaci di 14 comuni limitrofi, pronti a sostenere la battaglia anche con atti ufficiali.
Ma ora si prepara la fase due: una serie di proteste civili permanenti, cortei, blocchi stradali simbolici, occupazioni temporanee. Si valuta anche l’interruzione delle attività turistiche e commerciali per protesta, come atto di pressione verso Regione e Governo.
“La gente è esasperata. Non si escludono gesti estremi. Chi ha responsabilità istituzionali deve agire ora, prima che questa protesta sfugga di mano”, dichiarano i coordinatori di alcuni comitati.
UN TERRITORIO CHE NON ACCETTA PIÙ DI ESSERE INVISIBILE
La rabbia è anche figlia di una lunga storia di disattenzione. Agropoli, pur essendo oggi la capitale demografica ed economica del Cilento, è trattata ancora come un’area marginale:
• è fuori dai principali corridoi sanitari regionali;
• non ha una viabilità adeguata al suo bacino di utenza;
• accoglie ogni estate oltre 150.000 turisti senza ricevere i necessari potenziamenti sanitari;
• non dispone di un servizio di emergenza 118 pienamente operativo, specialmente nelle ore notturne e nei weekend.
Chiudere il Pronto Soccorso significa scaricare sulle ambulanze e sulle famiglie la responsabilità dei tempi di intervento, e significa porre a rischio immediato la vita di anziani, bambini, cardiopatici, traumatizzati e turisti in difficoltà.
“AGROPOLI NON CI STA”: UNA LOTTA CHE NON FINIRÀ
Il movimento annuncia che la mobilitazione proseguirà senza tregua fino a quando non sarà ritirata la decisione. Presto sarà diffuso un calendario ufficiale delle proteste, con manifestazioni previste il grido è uno :
“Quanti morti serviranno prima che qualcuno si prenda le proprie responsabilità?”




