L’amministrazione detta le regole per i nuovi punti di ormeggio richiamando una sentenza del TAR e dimentica una pronuncia del Consiglio di Stato
Ad Agropoli, le concessioni portuali non sono solo una questione tecnica: sono il terreno su cui si misura la credibilità politica dell’amministrazione. La Giunta ha approvato gli indirizzi per l’assegnazione dei punti di ormeggio del porto turistico, ma la partita resta aperta. E fragile. Perché dietro le formule normative e le “procedure comparative” si muovono interessi radicati, rapporti consolidati e precedenti che non sono passati inosservati in città.
La decisione arriva dopo la proroga concessa ai titolari delle precedenti concessioni, scadute a fine 2024 e mantenute valide fino al 31 ottobre 2025 e per garantire continuità durante la stagione estiva è sopraggiunta l’ennesima proroga tecnica. Ma veniamo invece alle concessioni creative degli ormeggi dell’amministrazione comunale: La delibera chiarisce che si tratta di concessioni diverse da quelle balneari. Ma il nodo non è la terminologia. Il nodo è il metodo.
Secondo la Giunta, l’assegnazione dovrà seguire procedure trasparenti e competitive. La base giuridica è la sentenza del TAR Lazio (Latina, Sez. II, n. 426/2025), che consente l’applicazione dell’art. 37 del Codice della Navigazione, purché la comparazione tra domande sia effettiva, pubblica e aperta a tutti gli interessati.
I concessionari uscenti avevano chiesto un rinnovo semplificato. Il dirigente aveva inizialmente detto no. Poi sono arrivate osservazioni, pareri tecnici e la sentenza del TAR, che riconosce la procedura comparativa come possibile. Ma possibile non significa automatica.
Il Comune stabilisce alcuni criteri: concessioni massimo di quattro anni, una sola per soggetto, valutazione di requisiti economici e tecnici. In caso di più richieste sulla stessa area, sarà chiesto un progetto di gestione: chi offrirà più ricadute economiche locali, sostenibilità ambientale, servizi migliori e accessibilità, avrà più possibilità.
Fin qui, la teoria. Il punto politico è un altro: la trasparenza non è una parola-spauracchio, ma una pratica concreta. E Agropoli ha già precedenti che alimentano scetticismo.
Basta ricordare Trentova. O la Marina. Due affidamenti andati in licitazione privata, conclusi in tempi e modi che molti cittadini continuano a considerare opachi. Ora il porto rischia lo stesso copione? Il rischio c’è, ed è indicato chiaramente anche dalla giurisprudenza.
Una recente sentenza del Consiglio di Stato (Sez. VII, n. 10131/2024) afferma che la procedura prevista dagli artt. 36 e 37 del Codice della Navigazione non è sufficiente a garantire i principi europei di concorrenza se non accompagnata da una selezione realmente pubblica, imparziale e aperta. In altre parole: non basta dire “comparazione”. Bisogna farla. E farla vedere.
Per ora, le concessioni attuali restano valide. Gli eventuali investimenti realizzati dai concessionari saranno a loro rischio, senza indennizzo. Una condizione che suona come un invito alla prudenza. O come un messaggio implicito: tutto dipenderà da come il Comune deciderà di interpretare le regole.
A questo punto, la domanda è politica, non tecnica: Agropoli saprà dimostrare che trasparenza e concorrenza non sono slogan da deliberazione, ma un cambio di metodo reale?




