La Procura Generale chiede di ribaltare l’assoluzione di primo grado: “Quel verdetto va riformulato”. Nel mirino anche ex amministratori e familiari
Il caso Ifil torna al centro dell’aula di giustizia e riaccende il confronto giudiziario e politico a Salerno. A quasi due anni dalla sentenza di primo grado che aveva assolto la quasi totalità degli imputati, il processo d’Appello segna una svolta significativa: la Procura Generale ha chiesto la riforma del verdetto e la condanna degli imputati precedentemente assolti.
Nel corso della requisitoria tenutasi ieri, l’accusa ha ribadito integralmente l’impianto accusatorio, sostenendo che la sentenza pronunciata dal Tribunale di Salerno nel febbraio 2024 debba essere ribaltata.
Al centro dell’attenzione resta la posizione di Piero De Luca, deputato e segretario regionale del Partito Democratico, figlio del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Per lui la Procura Generale ha chiesto due anni di reclusione, ritenendo che l’assoluzione con formula “perché il fatto non costituisce reato” non sia condivisibile.
L’inchiesta ruota attorno alla gestione della Ifil, società immobiliare coinvolta nella riconversione dell’ex Pastificio Amato di Mariconda in un complesso residenziale, negli anni della forte espansione urbanistica salernitana. Secondo la tesi dell’accusa – originariamente sostenuta dal pm Francesco Rotondo, oggi procuratore capo a Vallo della Lucania – Piero De Luca sarebbe stato un socio occulto della società amministrata da Mario Del Mese, che ha già patteggiato la pena, così come Vincenzo Lamberti.
Particolare rilievo viene attribuito a una serie di benefit contestati, in primis i biglietti aerei per il Lussemburgo, dove De Luca lavorava all’epoca come avvocato. Secondo l’accusa, i voli – pagati con fondi della Ifil – avrebbero comportato un esborso superiore ai 14mila euro tra il 2009 e il 2011, configurando una distrazione di risorse a danno dei creditori.
In primo grado la difesa, affidata all’avvocato Andrea Castaldo, aveva dimostrato il rimborso dei titoli di viaggio e l’estraneità dell’imputato alla gestione societaria. Una ricostruzione che però, secondo la Procura Generale, non esclude la sussistenza del reato contestato.
La richiesta di riforma della sentenza riguarda anche altri imputati: due anni e sei mesi sono stati chiesti per Luigi Avino ed Emilio Ferraro, un anno e quattro mesi per Valentina Lamberti, moglie di Del Mese. Confermata invece la richiesta di condanna a due mesi per Giuseppe Amato junior, unico non assolto in primo grado.
Non figura tra le posizioni oggetto di appello quella di Marianna Gatto, per la quale l’accusa non ha presentato impugnazione.
Il processo proseguirà ora con le arringhe difensive, mentre l’esito dell’Appello si preannuncia decisivo per uno dei procedimenti giudiziari più rilevanti degli ultimi anni nel panorama salernitano.




