La toppa peggiore del buco: il caso San Francesco e l’ordinanza tardiva ma che nemmeno prende in considerazione lo scempio in mare
Quando la toppa è peggio del buco, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dopo lo scandalo esploso giovedì scorso sui lavori eseguiti nel litorale di San Francesco ad Agropoli e lo sfregio arrecato allo specchio acqueo a pochi metri dallo scoglio dove il santo predicò ai pesci, arriva, con un tempismo a scoppio ritardato, l’ordinanza del funzionario. Un provvedimento che appare più come un tentativo di lavarsi le mani che una reale volontà di tutelare il territorio.
L’ordinanza impone al rappresentante legale della società committente e al direttore dei lavori di rimuovere, entro 30 giorni, a proprie spese, il deposito di circa 250 metri cubi di massi di pietra arenaria accatastati sulla linea di battigia e di ripristinare lo stato originario dell’area, riconsegnandola al Comune. Il tutto ai sensi dell’articolo 31 del Regolamento del Codice della Navigazione. Ma davvero questa è la soluzione? È sufficiente rimuovere i massi per cancellare il danno arrecato?
Se da una parte è vero che l’occupazione di suolo demaniale può essere prevista per lavori autorizzati, l’ordinanza evita accuratamente di affrontare il vero problema: il deturpamento del fondale marino, lo spostamento di rocce e sedimenti necessari per portare la chiatta fino a riva. Un’operazione che ha avuto conseguenze irreversibili, ma che non sembra preoccupare particolarmente chi ha firmato il provvedimento. Perché si focalizza solo sulla rimozione dei materiali e non sull’impatto ambientale causato dalle operazioni?
C’è poi un aspetto ancora più inquietante: la Capitaneria di Porto aveva già stabilito nel 2016, con l’ordinanza n. 33, che le aree a rischio idrogeologico e instabilità costiera e il litorale di San Francesco sarebbe rientrata nella fattispecie. Un’area dove, quindi, la chiatta non avrebbe potuto avvicinarsi oltre i 30 metri dalla battigia. Com’è possibile, allora, che sia stata rilasciata un’autorizzazione a modificare il fondale per consentire l’avvicinamento dell’imbarcazione? Chi ha chiuso un occhio – o entrambi – su una normativa tanto chiara?
La verità è che ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di gestione superficiale e contraddittoria della cosa pubblica. Un gioco di scaricabarile dove il sindaco emana un’ordinanza che risolve solo in parte il problema, la Capitaneria di Porto che avrebbe dovuto vigilare ora tace, e i lavori con questa ordinanza proseguono per un presunto ripristino ma rimangono i segni indelebili su un patrimonio naturalistico unico.
Dove sono le voci della tutela ambientale? Dove sono le azioni concrete per impedire che simili scempi si ripetano? La sensazione è che l’ordinanza sia solo un’operazione di facciata, un modo per mostrare una reazione senza realmente incidere sulla sostanza del problema.
San Francesco, oggi, non predicherebbe ai pesci. Forse predicherebbe al vento, perché pare che nessuno sia disposto ad ascoltare. Intanto nessuno a chiesto scusa per quello che è accaduto, e diversamente da quello che accade nel resto del mondo, per una questione politica e morale nessuno ha rimesso le deleghe per il clamoroso errore.




