All’Hotel del Sole la presentazione del nuovo libro, continuazione de “La quarta linea”. Un viaggio tra luoghi, personaggi, dialetto e memoria collettiva che diventa anche una riflessione sulle trasformazioni di una comunità.
di Rosario Esposito
SAPRI – Domenico Del Duca riparte da dove aveva lasciato il lettore con “La quarta linea”, ma questa volta sposta lentamente lo sguardo dal padre verso se stesso. “La luce dentro”, presentato all’Hotel del Sole di Sapri, è infatti molto più della continuazione di un racconto familiare: è un affresco della città, dei suoi uomini, dei luoghi e di un modo di vivere che appartiene alla memoria collettiva di intere generazioni.
A moderare l’incontro è stato Pietro Scaldaferri, chiamato a guidare un confronto che, pagina dopo pagina e intervento dopo intervento, ha finito per oltrepassare i confini della semplice presentazione letteraria. Perché parlare del libro di Del Duca significa inevitabilmente parlare di Sapri.
Sapri, i luoghi e la storia
Angelo Guzzo ha aperto uno dei percorsi più suggestivi della serata, accompagnando il pubblico dentro la storia della città. Dal ricordo del cippo funebre dedicato al giovane Prisco, morto ad appena venticinque anni, e delle parole affidate dai genitori alla memoria del figlio, lo sguardo si è allargato ai luoghi che ancora oggi raccontano ciò che Sapri è stata.
Palazzo Gallotti, la Chiesa Madre settecentesca, la Marinella, l’antica “Aria del Re”, i Carafa della Spina: nomi e luoghi che diventano tessere di una storia più grande. Guzzo ha richiamato anche l’età murattiana e il passaggio storico che portò Sapri alla propria autonomia amministrativa, arrivando a sollecitare l’Amministrazione comunale affinché alla figura di Gioacchino Murat possa essere dedicato un segno nella toponomastica cittadina.
Ma il viaggio nella memoria ha varcato anche i confini di Sapri. Sono riemersi i grandi viaggiatori che, nei secoli scorsi, attraversarono queste terre e le raccontarono con lo stupore di chi le osservava per la prima volta: François Lenormant, Francis Marion Crawford, Arthur John Strutt e soprattutto Craufurd Tait Ramage, lo studioso scozzese che nel 1828 percorse il Cilento spingendosi oltre Paestum fino a Sapri e Policastro.
Un accostamento tutt’altro che casuale. Come quei viaggiatori descrivevano paesaggi, persone, abitudini e caratteri, così Del Duca percorre la sua terra con lo sguardo di chi sente il bisogno di conservarla attraverso la parola. Non osserva Sapri dall’esterno: la attraversa dall’interno, recuperandone odori, colori, voci e persino quelle piccole geografie che rischiano di scomparire insieme a chi le ha conosciute.
Nel libro ritorna anche lo stagno conosciuto come “Buca della bomba”, memoria della Seconda guerra mondiale, insieme a tanti altri luoghi capaci di trasformarsi da semplici coordinate geografiche in depositi di ricordi.
La luce ha il volto del padre
La luce del titolo ha un volto preciso: quello del padre. È probabilmente questa la chiave più intima per entrare nel libro. Se “La quarta linea” aveva raccontato soprattutto la vita paterna, “La luce dentro” prosegue quel cammino facendo emergere progressivamente Domenico stesso, la sua esperienza, la sua formazione e la distanza – umana, sociale e generazionale – tra due epoche.
Durante l’incontro è stata richiamata una celebre riflessione attribuita a Lev Tolstoj: per diventare universali bisogna raccontare il proprio villaggio. Del Duca sembra muoversi esattamente in questa direzione.
Scrivere di un territorio significa, in fondo, scrivere dei sentimenti dell’uomo.
Il villaggio diventa il mondo quando dentro una strada, una cucina, un cortile, un campo o una casa riescono a riconoscersi persone che quei luoghi non li hanno mai visti.
Ed è proprio sulla forza della scrittura di Del Duca che si è soffermato il professor Abramo, scegliendo una definizione particolarmente efficace: quella dell’acquerello. La sua, ha spiegato, non è una scrittura convenzionale. Gli ambienti sembrano quasi uscire dalla cornice, mentre i colori utilizzati sono quelli della vita quotidiana. Una forza espressiva che raggiunge forse il suo punto più autentico quando entrano nella narrazione le locuzioni dialettali.
È il mondo della vita rurale, quando ogni componente della famiglia aveva un ruolo e la collaborazione non era una scelta ma una necessità. Del Duca si muove così tra uomini e luoghi che rischiamo di dimenticare: la vecchietta, il banditore, i vicini, le figure semplici che componevano il tessuto umano della comunità.
Compaiono parole e immagini che per i più giovani potrebbero risultare quasi misteriose: “u sciavichiell”, le “sciuscelle”, la “castellana”, gli ambienti delle vecchie abitazioni, il sottotetto utilizzato anche per far maturare e conservare i frutti. E ritorna soprattutto il vicinato, quando il pane si preparava insieme e le famiglie vivevano una dimensione comunitaria oggi sempre più difficile da ritrovare.
In questa attenzione alle piccole cose è stato evocato anche Giovanni Pascoli: il valore delle cose apparentemente minori, capaci però di raccontare un universo. Del Duca ha avuto, è stato sottolineato durante l’incontro, il coraggio e l’amore di raccontare chi eravamo.
A dare voce direttamente alle pagine del libro è stata Angela Mirabelli, che con la lettura di alcuni brani ha permesso al pubblico di entrare nel ritmo e nel linguaggio dell’opera.
Il tempo che cambia tra padre e figlio
Particolarmente articolato l’intervento del dirigente scolastico Corrado Limongi, che ha parlato della straordinaria creatività e della tenacia con cui Del Duca continua a raccontare il mondo di Sapri. Il successo dei suoi libri, secondo Limongi, non deriva soltanto dal legame territoriale. Quelle pagine riescono a raggiungere migliaia di lettori perché, partendo da un vissuto locale, finiscono per raccontare qualcosa di universale.
Ed è proprio qui che “La luce dentro” assume una dimensione ulteriore. Più che un semplice racconto, può essere letto come una cronaca del luogo e delle sue trasformazioni.
La vita del padre e quella di Domenico appartengono infatti a due stagioni diverse della società. Il padre non aveva avuto accesso agli studi, il figlio sì. In mezzo c’è l’evoluzione sociale di un territorio, l’accesso all’istruzione, il cambiamento dei rapporti familiari, delle opportunità e del modo stesso di immaginare il futuro.
Leggere insieme “La quarta linea” e “La luce dentro” significa allora osservare non soltanto due esistenze, ma il passaggio da una generazione all’altra.
Cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso nel nostro percorso verso la modernità?
È una domanda che durante l’incontro è rimasta volutamente aperta. L’insistenza di Del Duca nel recuperare il mondo di ieri è soltanto nostalgia oppure rappresenta anche un modo discreto per interrogare il presente? Dietro il racconto del vicinato, della solidarietà, della semplicità e dei valori potrebbe esserci infatti anche il confronto con una società contemporanea molto diversa. Non una condanna del presente, ma una riflessione affidata al lettore.
Come già ne “La quarta linea”, inoltre, Del Duca lascia affiorare qua e là misteri, prodigi, racconti sospesi tra realtà, fede e tradizione popolare. Episodi come “la strana apparizione” aprono così un ulteriore territorio narrativo, tanto da far nascere durante la serata un invito rivolto direttamente all’autore: dedicare un prossimo libro alle leggende, ai misteri e alle storie popolari di Sapri e del territorio. Un patrimonio orale che rischia di scomparire insieme alle generazioni che ancora lo custodiscono.
L’emozione dell’autore
Alla fine, per Domenico Del Duca, è arrivato il momento più difficile: quello di prendere la parola dopo aver ascoltato gli altri parlare del suo libro. Visibilmente emozionato, ha ringraziato relatori e pubblico, confessando quasi di non sapere cos’altro aggiungere dopo analisi tanto profonde.
E alla fine ha scelto forse la risposta più semplice: bisogna leggerlo.
Perché “La luce dentro” non chiede soltanto di conoscere la storia di Domenico Del Duca. Chiede al lettore di ricordare la propria. Dietro Sapri possono esserci mille altri paesi. Dietro quel padre possono esserci mille altri padri. Dietro un vicinato, una parola dialettale, un odore, un gesto ormai dimenticato può esserci l’infanzia di ciascuno.
Ed è probabilmente questo il risultato più importante raggiunto da Del Duca: aver scritto di un piccolo pezzo di mondo riuscendo a parlare di qualcosa che appartiene a tutti. Un libro che, come è stato ricordato nel corso della presentazione, rimane nel cuore, nella mente e nella coscienza di chi lo attraversa.

Rosario Esposito
