Perché, in Campania, sentiamo le stesse parole da tutti — e cosa ci insegna davvero questo fenomeno
A pochi giorni dalle Regionali in Campania basta guardarsi intorno: manifesti, comizi, video social.
E la sensazione è sempre la stessa: molti candidati parlano allo stesso modo.
Usano parole come libertà, opportunità, futuro, territorio, crescita.
Termini importanti, certo, ma così larghi da somigliarsi tutti.
È un tipo di linguaggio che in comunicazione — soprattutto per chi studia l’effetto delle parole sul comportamento e lo insegna anche a chi si prepara a entrare in politica — si conosce bene: è il linguaggio vago, quello che “suona bene” e non rischia nulla.
Nella PNL prende il nome di Milton Model: funziona se lo gestisci con precisione, ma se lo usano tutti allo stesso modo perde forza.
Ed è ciò che sta succedendo:
gli slogan li ricordiamo,
ma chi li ha detti spesso no.
La Campania non ha il suo “abbassare le tasse”
Per capire cosa manca oggi basta guardare a un esempio che, al di là delle opinioni politiche, è entrato nella storia della comunicazione: Silvio Berlusconi.
Aveva preso una sola frase — “abbassare le tasse” — e l’aveva trasformata in un marchio.
Era semplice, diretta, non confondibile.
Tanto che, anche se la nominava un avversario, la mente correva subito a lui.
Questo è un ancoraggio linguistico.
È posizionamento.
È strategia.
Oggi, nelle Regionali in Campania, non esiste qualcosa di simile.
Tanti concetti, tante promesse, ma nessuna parola davvero “propria”.
È un mercato dove gli scaffali sono pieni, ma i prodotti sembrano identici.
Cosa ci insegnano queste Regionali
E qui arriva la parte più interessante: ciò che sta accadendo in politica è utile anche per imprenditori, negozianti, professionisti e comunicazioni di ogni genere.
Perché il problema non è cosa dici.
È come lo dici.
E da queste Regionali emergono tre verità semplici:
1. La vaghezza non distingue.
Rassicura, sì, ma non lascia traccia. Le parole troppo larghe non costruiscono identità.
2. Uno slogan funziona solo se è unico.
Se va bene per tutti, non serve a nessuno. Diventa rumore di fondo.
3. Vince chi osa essere chiaro.
In un contesto uniforme emerge solo chi si assume il rischio di una parola precisa, diversa, riconoscibile.
La vera partita delle Regionali
Le Regionali 2025 ci stanno insegnando che non servono cento slogan generici.
Ne basta uno fatto bene.
E chi saprà trovarlo — ora o in futuro — si posizionerà più forte di tutti gli altri.
Perché la partita politica non si gioca con chi ha già deciso:
si gioca con chi ha il voto libero, con quella fascia silenziosa di indecisi che da sempre, nelle nostre terre, rappresenta l’ago della bilancia.
Sono loro che premiano la chiarezza.
Sono loro che riconoscono la parola precisa.
E sono loro che una buona comunicazione — quella vera — riesce davvero a convincere.




