Il 31enne indiano morto al Ruggi stroncato da un quadro settico gravissimo, nessun legame con attività lavorative emerge dai primi riscontri
Arriva una prima, significativa svolta nelle indagini sulla morte di Paul Neraaj, il giovane di 31 anni di nazionalità indiana deceduto lo scorso 25 aprile dopo giorni di ricovero all’ospedale Ospedale Ruggi.
L’autopsia, eseguita dal medico legale Gabriele Casaburi su incarico della Procura di Salerno guidata da Raffaele Cantone, ha escluso un elemento che nelle prime fasi aveva acceso il dibattito pubblico: non ci sarebbe alcun collegamento tra il decesso e eventuali attività lavorative o situazioni di sfruttamento.
Secondo i primi esiti dell’esame irripetibile, la morte sarebbe stata causata da un quadro settico estremamente grave, sviluppatosi da un’infezione pregressa. Le verifiche effettuate sul corpo del 31enne hanno evidenziato una cancrena già in stato avanzato agli arti inferiori, da cui l’infezione si sarebbe progressivamente estesa all’addome, compromettendo organi vitali fino al collasso.
Gli accertamenti hanno inoltre portato alla luce ulteriori condizioni patologiche pregresse, tra cui una cirrosi epatica, che avrebbero contribuito ad aggravare in modo decisivo il quadro clinico generale.
Il fascicolo, affidato al pubblico ministero Elena Cosentino, era stato aperto senza ipotesi di reato per chiarire le circostanze della vicenda, inizialmente ritenuta da alcuni come possibile caso di sfruttamento lavorativo. Le conclusioni preliminari dell’autopsia, però, ridimensionano completamente questa ipotesi.
Resta ora da attendere l’esito degli esami istologici e degli ulteriori approfondimenti disposti dagli inquirenti, che serviranno a definire in maniera definitiva il quadro medico-legale. Ma già dalle prime risultanze emerge una verità diversa rispetto alle supposizioni iniziali: quella di una morte legata a condizioni sanitarie gravissime e non a dinamiche di lavoro.
Una vicenda che invita, ancora una volta, alla cautela nel racconto pubblico dei fatti: il rischio di costruire narrazioni affrettate, soprattutto su temi delicati come lo sfruttamento, può distorcere la realtà prima che emergano elementi certi.


