Tra tavoli, osservatori e comitati istituiti negli anni, l’opposizione chiede conto dell’attività svolta e rilancia il tema della partecipazione reale
Ad Agropoli la partecipazione sembra essersi trasformata in un esercizio di facciata. Tavoli di concertazione, osservatori, comitati e rappresentanti territoriali sono stati istituiti nel corso del mandato amministrativo con l’obiettivo dichiarato di coinvolgere cittadini, associazioni e portatori di interesse nelle scelte strategiche della città. Ma cosa hanno realmente prodotto?
A sollevare nuovamente la questione è il consigliere comunale di opposizione Raffaele Pesce, che punta l’attenzione su una lunga serie di organismi consultivi rimasti, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, privi di risultati tangibili.
«L’amministrazione in carica ha creato un Tavolo di concertazione sulla gestione dell’area portuale, un Tavolo di concertazione per lo sviluppo, un Comitato per il Borgo antico, un Osservatorio per la cultura, scuola e formazione, un Osservatorio per le Politiche Sociali, un Tavolo di concertazione per lo sviluppo e la promozione dell’archeoturismo e persino un rappresentante della contrada Moio. Cosa hanno prodotto questi organi consultivi? Si riuniscono? Si sono mai riuniti? Quali stimoli hanno dato all’amministrazione? Non è dato saperlo. Risultati ne vedo pochi, probabilmente i consigli, se dati, non sono stati ascoltati. Le nomine sono forse da considerarsi onorificenze premiali per la campagna elettorale effettuata? È una bozza di amministrazione, a quattro anni di mandato ultimati.»
Domande che, al momento, attendono risposte puntuali. Perché se questi organismi sono stati creati per favorire il confronto, sarebbe legittimo conoscerne l’attività: verbali, incontri, proposte avanzate e risultati ottenuti. La trasparenza, infatti, non si misura dal numero delle delibere che istituiscono un organismo, ma dalla capacità di dimostrarne l’effettiva utilità.
Ed è proprio qui che si apre una riflessione più ampia. La parola democrazia, dal greco demos (popolo) e kratos (potere), significa letteralmente “governo del popolo”. Ma ad Agropoli viene spontaneo chiedersi se questo principio sopravviva oltre il giorno delle elezioni. Perché la partecipazione non può esaurirsi con il deposito di una scheda nell’urna per poi lasciare spazio a decisioni assunte da una ristretta cerchia.

Il rischio, altrimenti, è che il modello si avvicini più all’oligarchia – da oligoi (pochi) e arché (governo) – dove il potere resta concentrato nelle mani di pochi, mentre gli organismi partecipativi finiscono per svolgere una funzione puramente ornamentale.
Le consulte, i tavoli e gli osservatori dovrebbero rappresentare il ponte tra cittadini e istituzioni. Se quel ponte non viene mai attraversato, o peggio esiste solo sulla carta, il problema non è la loro istituzione ma la loro inutilità.
A quattro anni dall’inizio del mandato, la domanda resta semplice quanto scomoda: questi organismi hanno inciso sulle scelte amministrative oppure sono stati soltanto una vetrina politica utile a distribuire incarichi senza reale funzione? Perché la partecipazione, quando è autentica, lascia tracce. Quando non ne lascia, il dubbio diventa inevitabile.




