Il bracciante indiano sarebbe stato esposto a sostanze tossiche nelle serre, la Procura sequestra la salma e dispone l’autopsia
La morte di Paul Neeraj, 36enne di origine indiana deceduto all’ospedale Ruggi d’Aragona di Salerno, non è soltanto una tragedia sanitaria. È una vicenda che apre interrogativi pesantissimi sul lavoro nero, sul caporalato e sulle condizioni in cui molti braccianti stranieri sarebbero costretti a operare nelle campagne del Salernitano.
Il giovane sarebbe morto a causa di una setticemia fulminante. Una condizione gravissima che, secondo le prime ipotesi investigative, potrebbe essere collegata a una prolungata esposizione, senza adeguate protezioni, a sostanze chimiche tossiche e fertilizzanti utilizzati nelle serre.
Il caso assume contorni ancora più inquietanti per le modalità con cui Paul sarebbe arrivato al pronto soccorso. Alcuni giorni fa un’auto lo avrebbe lasciato davanti all’ingresso dell’ospedale: qualcuno lo avrebbe aiutato a entrare nella struttura, mentre era già semincosciente e febbricitante, per poi allontanarsi rapidamente facendo perdere le proprie tracce.
Un episodio che ha immediatamente acceso l’attenzione della Procura di Salerno. La salma è stata sequestrata ed è stata disposta l’autopsia, con l’obiettivo di chiarire le cause esatte del decesso e verificare l’eventuale presenza di sostanze tossiche nel corpo del giovane bracciante.
L’ipotesi al vaglio degli inquirenti è durissima: Paul potrebbe essere stato impiegato come lavoratore irregolare, senza tutele, senza sicurezza e senza diritti. Un “fantasma” delle campagne, invisibile fino al momento della tragedia.
Sulla vicenda è intervenuto anche Enzo Maraio, segretario nazionale dell’Avanti Psi, che ha denunciato l’inaccettabilità, nel 2026, di morti legate a forme di sfruttamento che richiamano una moderna schiavitù.
Ora saranno gli accertamenti della polizia scientifica e della magistratura a stabilire responsabilità e dinamica. Ma la morte di Paul Neeraj impone già una riflessione più ampia: nelle filiere agricole dove il profitto viene prima della dignità, il diritto alla salute rischia di diventare un privilegio e non una garanzia.




