Le soste dello scrittore nel cuore del Cilento, dal bar di Laurito all’hotel Montestella di Omignano, fino alle descrizioni del 1959
Alberto Moravia praticò anche un’intensa attività di giornalista, esperienza che ci ha lasciato testimonianze di viaggi filtrate attraverso la profondità e la sensibilità proprie dello scrittore. Da inviato fu presente anche nel Cilento. Di questi passaggi cilentani esiste qua è là qualche traccia o appunto sporadico, semplici citazioni dei paesi che null’altro dicono se non di una sosta. Erano viaggi in macchina, ovviamente.
Non rimase inosservata, nel 1963, quando godeva già di notorietà, la sosta di Alberto Moravia, come la racconta Enzo Siciliano nelle sue memorie, riprese e divulgate in rete dal giornalista e scrittore Giorgio dell’Arti: «𝑬𝒓𝒂 𝒍’𝒆𝒔𝒕𝒂𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍 ’63, 𝒔𝒕𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒏𝒆𝒍 𝑪𝒊𝒍𝒆𝒏𝒕𝒐, 𝒊𝒏 𝒖𝒏 𝒑𝒂𝒆𝒔𝒊𝒏𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒎𝒂 𝑳𝒂𝒖𝒓𝒊𝒕𝒐, 𝒄𝒊 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂𝒎𝒎𝒐 𝒊𝒏 𝒖𝒏 𝒃𝒂𝒓 𝒂 𝒃𝒆𝒓𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒐𝒔𝒂, 𝒊𝒐, 𝒍𝒂 𝒎𝒊𝒂 𝒇𝒖𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒎𝒐𝒈𝒍𝒊𝒆 𝑭𝒍𝒂𝒎𝒊𝒏𝒊𝒂, 𝑫𝒂𝒄𝒊𝒂 𝒆 𝑨𝒍𝒃𝒆𝒓𝒕𝒐. 𝑰𝒍 𝒃𝒂𝒓𝒊𝒔𝒕𝒂 𝒍𝒐 𝒓𝒊𝒄𝒐𝒏𝒐𝒔𝒄𝒆 𝒔𝒖𝒃𝒊𝒕𝒐, 𝒈𝒍𝒊 𝒅𝒊𝒄𝒆: “𝑴𝒂 𝒍𝒆𝒊 𝒆̀ 𝑴𝒐𝒓𝒂𝒗𝒊𝒂?”. “𝑺𝒊̀, 𝒏𝒂𝒕𝒖𝒓𝒂𝒍𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆”. “𝑳𝒆𝒊 𝒉𝒂 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐 𝑳𝒂 𝒏𝒐𝒊𝒂?”. “𝑺𝒊̀, 𝒄𝒆𝒓𝒕𝒐”. “𝑴𝒂 𝒍𝒆𝒊 𝒉𝒂 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝑰𝒍 𝒈𝒂𝒕𝒕𝒐𝒑𝒂𝒓𝒅𝒐?”». Dacia, citata, è Dacia Maraini che dello scrittore fu compagna dal 1962 al 1978.
Il frammento cilentano, per come riportato da Enzo Siciliano, è anche l’indizio di popolarità legata alla percezione della figura dello scrittore in sé e di come la letteratura avesse una presa popolare, a prescindere dalla confusione sui titoli dei libri.
Per il barista di Laurito “La noia” di Moravia (che nel ‘61 aveva vinto il Premio Viareggio) e “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa (che proprio in quell’anno, 1963, era stato portato sugli schermi da Luchino Visconti) potevano essere riferiti anche ad un unico autore. In quell’innocuo errore del barista nell’attribuire a Moravia il titolo di un altro scrittore vinceva lo stupore di trovarsi dinanzi ad una figura da onorare e percepita come un’eccezionale presenza, tale da ingenerare confusione. In vero, se provassimo ad immergerci in quella lontana estate del ‘63, si potrebbe ritenere più plausibile piuttosto un mero “lapsus” del barista di Laurito e non un errore, improbabile in chi già conosca l’autore de “La noia”.
Il barista intendeva forse riferirsi non a “Il Gattopardo”, bensì a “La ciociara”, cioè ad un libro che era stato anch’esso portato sullo schermo nel 1960, regia di De Sica, e che nel 1962 era tra i film più premiati in assoluto, con l’apice dell’Oscar alla Loren come migliore attrice, film tratto – appunto – dall’omonimo racconto di Alberto Moravia. Il barista di Laurito intendeva dire, correttamente, “ma lei ha scritto anche La ciociara?”).
Di un passaggio di Moravia nel Cilento esistono anche memorie orali, come quella di Tonino Pandolfi, della famiglia che all’epoca gestiva ad Omignano Scalo l’hotel Montestella, dove lo scrittore pernottò. L’indomani, giorno di mercato e di folla in paese, prima di ripartire, lo scrittore si mise dietro il banco dei gelati improvvisandosi lui barista per qualche minuto.
Nel 1959 era già uscito sulla rivista “Le vie d’Italia”, edita dal Touring Club Italia, un pezzo dal titolo “Il mare fra Sapri e Paola” che riporta impressioni annotate lungo l’itinerario della Statale 18, a partire da Vallo in direzione sud, ben prima che fosse costruita la variante, lo stesso percorso che era stato anche “La lunga di strada di sabbia” per Pasolini nel reportage pubblicato sulla rivista milanese “Il successo” anch’esso nel 1959. Se i due scrittori, Moravia e Pasolini, avessero fatto oggi quel viaggio e avessero avuto la disponibilità di un cellulare, sapendo di percorrere, per un caso, la stessa “strada di sabbia”, si sarebbero dati appuntamento in uno dei bar di paese lungo la Statale 18.
Scrive Moravia nel 1959: “Attraversando il Cilento, il mare non si scorge che a tratti, lontano, in fondo alle forre rupestri e brulle da cui esalano i pennacchi bianchicci di fumo dei bracieri dei carbonai, E’ un mare selvaggio come la terra che gli volge le spalle; sui litorali angusti e solitari si intravedono orlature di schiuma bianca e di detriti neri ma nessuna traccia di stabilimenti umani, neppure quelle torri di guardia smozzicate costruite a difesa delle incursioni dei Saraceni che sono così frequenti sulle coste del Tirreno: segno che il paese, anche in passato, fu sempre considerato poco accessibile e tentante, così munito dalla natura dal scoraggiare al tempo stesso colonizzatori e predoni. Ma dopo Vallo della Lucania la vista del mare scompare del tutto, la strada che finora non aveva fatto che salire, comincia a discendere tra boschi e pascoli, attraverso puliti paesi montanini, finché cento giravolte ritrova la marina confluendo a Sapri.“
La rivista “Le Vie d’Italia” è consultabile in rete al sito Digitouring.
Di Pasquale Feo




