Gate per crocieristi, viaggi promozionali e grandi annunci, ma il porto resta senza servizi e la città continua a inseguire modelli che altri hanno già scartato
“Agropoli deve capire che strada vuole prendere e cosa vuole fare da grande”. Una frase pronunciata da un funzionario comunale che suona oggi come una sentenza. Perché il punto è esattamente questo: ad Agropoli si continua a confondere l’ambizione con l’improvvisazione.
Mentre i pescatori vedono restringersi spazi e funzioni nel loro stesso molo, il dibattito pubblico si è spostato sull’ennesima suggestione: le navi da crociera in rada, centinaia di passeggeri da sbarcare, il porto trasformato in vetrina. Una narrazione seducente, quasi cinematografica. Peccato che rischi di essere poco più di una cartolina.
Il viaggio a Miami dell’assessore al Mare Giuseppe De Filippo è stato raccontato come tappa di un disegno strategico. Sicuramente pagato di tasca propria e soprattutto è ritornato con almeno 10 contratti turistici per Agropoli, Ma viene da chiedersi: disegno strategico per chi? Perché una città che fatica ancora a offrire servizi degni a chi il porto lo vive ogni giorno pensa di poter gestire il turismo delle grandi navi?
Il paradosso è tutto qui. Si fantastica sui crocieristi mentre il porto resta incompiuto come idea prima ancora che come infrastruttura.
Eppure basterebbe ricordare un episodio che molti in Comune conoscono bene. Quando, anni fa, due politici locali andarono a bussare ai vertici di MSC Cruises, si sentirono dire una verità scomoda: le crociere non erano il destino naturale di Agropoli. I crocieristi consumano spesso altrove, arrivano con pacchetti già venduti, spendono poco sul territorio. Il business lo fanno soprattutto le compagnie.
Tradotto: il mito della crociera come volano economico rischia di essere, per realtà come Agropoli, un’illusione costosa.
Ma forse la memoria è diventata un lusso.
Perché se qualcuno ricordasse l’ultima esperienza di arrivo dei crocieristi in porto, eviterebbe certi entusiasmi. Ristoranti chiusi. Negozi chiusi. Accoglienza improvvisata in extremis. Una città colta impreparata davanti a un evento che oggi qualcuno ripropone come frontiera del futuro.
E qui il tema smette di essere turistico e diventa politico.
Come si può parlare di hub crocieristico se il porto non riesce ancora a essere attrattivo per il diportismo di qualità? Come si può inseguire le grandi navi mentre manca una visione seria sulla portualità turistica, sui servizi, sulla nautica da diporto, sull’identità marinaresca della città?

Agropoli sembra spesso innamorata di idee rumorose e distratta dalle cose necessarie.
Intanto territori vicini scelgono rotte. Programmano. Definiscono vocazioni. Qui invece si continua a oscillare tra trovate estemporanee e operazioni d’immagine, persino quando il prezzo potrebbe essere più pressione ambientale su una costa fragile come quella cilentana.
Perché anche questo va detto: chiamarla modernità non rende automaticamente sostenibile una scelta che rischia di aumentare traffico, emissioni e impatto su un ecosistema che dovrebbe essere tutelato, non monetizzato.
E allora la domanda vera non è se una nave da crociera debba arrivare ad Agropoli.
La domanda è perché una città con un porto senza progetto continui a rincorrere scenografie invece di costruire una strategia.
Forse perché il problema non è il porto.
È la politica che ancora non ha deciso se fare di Agropoli una destinazione d’élite legata al diportismo e ai servizi, oppure un luogo che rincorre modelli altrui senza avere struttura per sostenerli.
E nel dubbio si annunciano crociere.
Mentre il porto resta fermo.




