Tre Mondiali consecutivi senza l’Italia, la Ferrari che a Monza guarda vincere un italiano su una Mercedes. Intanto Sinner e tanti azzurri continuano a portare il Paese sul podio. Forse lo sport italiano non ha perso la sua anima: dobbiamo soltanto capire dove batte ancora
Di: Rosario Esposito
C’è un’Italia dello sport che vende. E c’è un’Italia dello sport che vince. Non sempre, purtroppo, sono la stessa Italia.
Da una parte ci sono i grandi club, i grandi marchi, le organizzazioni sportive diventate multinazionali dell’intrattenimento: diritti televisivi, sponsor, merchandising, tournée, fondi d’investimento, mercati internazionali. Dall’altra ci sono uomini e donne che corrono, saltano, nuotano, giocano, guidano una monoposto o impugnano una racchetta e che, quando vincono, cercano quasi istintivamente una bandiera italiana da mettersi sulle spalle.
È una fotografia forse scomoda, ma oggi necessaria. Perché mentre una parte del nostro sport più ricco sembra misurare il proprio successo soprattutto attraverso bilanci, fatturati e crescita commerciale, sono spesso gli atleti a restituirci qualcosa che non compare in nessun conto economico: l’orgoglio di sentirci italiani.
Il calcio è il caso più evidente. L’Italia è quattro volte campione del mondo. Ha costruito una delle scuole calcistiche più prestigiose della storia e ha consegnato al mondo campioni diventati simboli di intere generazioni. Eppure la Nazionale ha mancato il Mondiale per la terza volta consecutiva. Dopo Russia 2018 e Qatar 2022, gli Azzurri sono rimasti fuori anche dal Mondiale 2026, eliminati dalla Bosnia-Erzegovina ai rigori nello spareggio del 31 marzo.
Tre Mondiali non sono più un incidente. Sono un allarme strutturale. E soprattutto sono diventati una frattura generazionale.
Ci sono bambini italiani che non hanno mai visto la Nazionale giocare una partita della Coppa del Mondo. Per chi è cresciuto con Italia ’90, con Roberto Baggio, con Paolo Maldini, con Totti, Del Piero, Cannavaro, Pirlo e Buffon, sembra quasi impossibile. Il Mondiale era un rito collettivo: le bandiere ai balconi, le strade vuote durante le partite, le famiglie davanti alla televisione, le piazze che esplodevano a ogni gol.
Oggi il calcio italiano continua a muovere enormi interessi, acquista giocatori in tutto il mondo, costruisce brand internazionali e vende un prodotto sempre più globale. Tutto legittimo. Ma una domanda non può più essere evitata: quanto di questa ricchezza viene realmente trasformata in futuro per il talento italiano?
Non è una crociata contro i calciatori stranieri. Sarebbe una posizione miope e anacronistica. Il punto è un altro: un grande sistema sportivo non può limitarsi a comprare talento. Deve anche saperlo creare. Deve scoprirlo, formarlo, aspettarlo e soprattutto avere il coraggio di farlo giocare. Un vivaio non è una voce di costo da comprimere. È un investimento strategico. E per il calcio italiano è ormai una questione nazionale.
Poi arriva Jannik Sinner e succede qualcosa che dovrebbe far riflettere tutti. Un ragazzo altoatesino riesce a fare ciò che per anni sembrava quasi impossibile: porta milioni di italiani a organizzare la propria giornata intorno a una partita di tennis. Nel luglio scorso ha difeso il titolo di Wimbledon, conquistando il quinto Slam della carriera. Ma il dato più importante non è soltanto nel palmarès.
È nei bambini che chiedono una racchetta. Nei bar che trasmettono una finale. Nelle famiglie che discutono di servizio, tie-break e rovescio come un tempo parlavano soltanto di fuorigioco e calciomercato. Sinner ha dimostrato che gli italiani non sono innamorati esclusivamente del calcio. Sono innamorati di chi li emoziona, di chi li rappresenta, di chi porta il tricolore in cima al mondo.
E poi arriva Monza. Il 6 settembre 2026 Andrea Kimi Antonelli parte diciannovesimo e vince il Gran Premio d’Italia. Un italiano torna sul gradino più alto del podio di casa sessant’anni dopo Ludovico Scarfiotti. Le tribune esplodono, le bandiere tricolori invadono l’autodromo, un Paese intero riscopre il gusto di tifare per uno dei suoi.
C’è però un dettaglio che rende quella vittoria ancora più simbolica: Antonelli guida una Mercedes.
Non è una colpa della Ferrari, e non avrebbe senso pretendere che Maranello scelga un pilota soltanto perché italiano. La Formula 1 è il vertice del motorsport mondiale e chi compete deve scegliere i migliori. Ma la domanda resta e sarebbe sbagliato evitarla: com’è possibile che uno dei talenti automobilistici italiani più importanti degli ultimi decenni sia stato individuato e accompagnato fino alla Formula 1 dalla filiera Mercedes?
Antonelli è entrato nel programma junior della casa tedesca nel 2019, a dodici anni. Toto Wolff e il suo gruppo hanno visto il potenziale, lo hanno accompagnato nelle categorie giovanili, gli hanno dato fiducia e infine una monoposto di Formula 1. Oggi ne raccolgono i frutti. E proprio in questi giorni un altro giovanissimo italiano, Nicolò Perico, è stato visto nel box Mercedes a Monza, già nell’orbita della squadra.
La provocazione è inevitabile: possibile che una struttura straniera stia guardando con tanta attenzione ai nostri ragazzi mentre troppe realtà italiane sembrano rivolgere lo sguardo soprattutto ai mercati internazionali?
Ferrari merita un discorso particolare perché non è soltanto un’azienda. È certamente un marchio globale, un colosso industriale, una macchina economica e commerciale. Ma per milioni di italiani è anche appartenenza. Una Ferrari che corre non vende soltanto automobili, cappellini o hospitality. Vende un sogno collettivo. Ed è proprio per questo che il tifoso del Cavallino ha il diritto di pretendere di più.
A Monza, nel giorno in cui un ragazzo italiano ha riportato il tricolore sul gradino più alto del podio, la Ferrari è rimasta fuori dai primi tre. Il contrasto è potente: il pubblico italiano ha finalmente trovato il suo eroe di casa, ma lo ha trovato dall’altra parte del paddock. Non deve diventare un processo a Maranello. Deve diventare una riflessione.
La stessa riflessione riguarda tutti gli sport che continuiamo, con un certo snobismo, a definire “minori”. Minori rispetto a cosa? Al fatturato? Alle ore di televisione? Alle prime pagine dei quotidiani? Perché quando guardiamo i risultati, di minore c’è davvero poco.
Pallavolo, atletica, nuoto, scherma, ciclismo, sport paralimpico e molte altre discipline continuano a produrre campioni e squadre capaci di competere ai massimi livelli internazionali. Atleti che spesso lavorano lontano dai riflettori, con compensi infinitamente più bassi di quelli del calcio, e che quando arriva il momento decisivo riescono a farci alzare in piedi davanti a uno schermo.
Forse è questo il cambiamento più interessante: gli italiani stanno scoprendo che possono emozionarsi anche altrove. Possono fermarsi per Sinner. Possono impazzire per Antonelli. Possono riempire un palazzetto per la pallavolo, seguire una finale di atletica o innamorarsi improvvisamente di una disciplina conosciuta fino al giorno prima appena di nome.
Il calcio non sparirà e la Ferrari continuerà ad avere un posto speciale nel cuore di milioni di persone. Ma il monopolio delle emozioni sportive è finito. E forse è un bene. Perché obbliga tutti a tornare a meritarsi il pubblico.
Il tifoso non è soltanto un consumatore. Non è un follower, non è una carta di credito, non è una statistica dentro una piattaforma di marketing. Il tifoso vuole appartenere a qualcosa. Vuole riconoscersi in una storia. Vuole soffrire, certo, ma vuole anche avere il diritto di sognare.
Le grandi aziende sportive fanno bene a fare business. Senza ricavi, investimenti e organizzazione non esiste sport professionistico di alto livello. Ma quando il business diventa l’unico parametro, il rischio è di smarrire proprio ciò che rende lo sport diverso da qualsiasi altro prodotto: l’identità.
Il fatturato genera valore economico. Il marketing genera clienti. Le vittorie generano entusiasmo. Ma l’appartenenza genera qualcosa di più profondo: una comunità.
Per questo oggi vale la pena dire grazie a Sinner. Grazie ad Antonelli. Grazie agli azzurri e alle azzurre che salgono sui podi di discipline raccontate troppo poco. Grazie a tutti quei ragazzi che sacrificano anni di vita per inseguire un cronometro, una rete, una pista, una pedana o una piscina.
E alle grandi realtà sportive italiane va rivolto un messaggio altrettanto semplice: continuate a crescere, continuate a fatturare, continuate a conquistare mercati. Ma tornate a investire con ancora più coraggio sul talento che nasce qui. Trasformate una parte di quel business in vivai, opportunità, formazione, fiducia.
Perché il tricolore non può essere soltanto un elemento grafico da mettere su una maglia o una leva di marketing da utilizzare quando conviene. Deve essere anche una responsabilità.
Viva gli atleti italiani. Viva chi investe sui ragazzi italiani, anche quando a farlo è un’azienda straniera. E viva lo sport che riesce ancora a ricordarci una verità tanto semplice quanto dimenticata: un marchio può conquistare il mondo, ma solo un atleta può far alzare in piedi un Paese intero.
NOTA – DATI VERIFICATI AL 6 SETTEMBRE 2026
• FIFA – 31 marzo 2026: Italia eliminata dalla Bosnia-Erzegovina e fuori dal terzo Mondiale consecutivo.
• FIA / Formula 1 – 6 settembre 2026: Andrea Kimi Antonelli vince il GP d’Italia a Monza partendo 19°.
• ATP Tour – 12 luglio 2026: Jannik Sinner vince Wimbledon e conquista il quinto titolo Slam.
• Mercedes-AMG Petronas: Antonelli nel Junior Programme Mercedes dall’aprile 2019, a 12 anni.
• Sky Sport – 4 settembre 2026: Nicolò Perico nel box Mercedes a Monza, già nell’orbita del team.




