Denuncia pubblica di un cittadino di Agropoli sul trattamento riservato al padre al Pronto Soccorso dell’ospedale di Vallo della Lucania, tra lunghe attese e disagi
Un lungo sfogo affidato ai social per raccontare quella che definisce un’esperienza drammatica vissuta dal padre al Pronto Soccorso dell’ospedale di Vallo della Lucania. A denunciare l’accaduto è Antonio, cittadino di Agropoli, che ha deciso di rendere pubblica la propria testimonianza per accendere i riflettori sulle difficoltà del sistema sanitario.
Secondo il suo racconto, il padre è stato trasportato dal personale del 118 nel pomeriggio di martedì 7 luglio, intorno alle 15:30, a causa di forti giramenti di testa e di un malessere generale.
Ad accompagnarlo inizialmente è stato il fratello di Antonio, rimasto in ospedale per diverse ore in attesa di ricevere informazioni sulle condizioni del familiare.
“Mio padre ci viene portato dal 118 martedì 7 luglio alle 15,30. Giramenti di testa e malessere generale. Mio fratello al seguito. Attesa per sapere qualcosa fino alle 2,30 di mercoledì mattina. Sta abbastanza bene, ha bisogno di una visita neurologica.”
La mattina successiva Antonio si è recato personalmente in ospedale, dove la visita neurologica, prevista per le 9, non era ancora stata effettuata a mezzogiorno.
“Alle 12,00 ancora niente. Vado dal medico responsabile e chiedo. Mio padre era ancora lì su una barella. Mi viene detto che non hanno i portantini per trasferirlo al reparto per la visita neurologica.”
A quel punto l’uomo racconta di aver trovato il padre ancora sulla barella, senza aver mangiato né bevuto per circa venti ore.
“Vado da mio padre che dopo 20 ore non aveva né mangiato né bevuto e decido di firmare e portarlo via.”
Antonio riferisce quindi di aver scelto le dimissioni volontarie, organizzando autonomamente il trasferimento e una visita specialistica privata.
“La visita la faccio fare io a pagamento, se no mio padre ci muore là dentro. Me lo carico io su una sedia a rotelle e lo porto a casa in macchina.”
Il racconto si conclude con un ulteriore episodio che, secondo quanto denunciato, avrebbe aggravato il disagio vissuto.
“Arrivo a casa e aveva ancora attaccato al braccio il sondino della flebo. Chiamo un’infermiera, a mie spese, per farlo rimuovere. Dobbiamo solo sperare di stare bene.”
Al momento non risultano repliche ufficiali da parte dell’ospedale o dell’ASL in merito alla vicenda. La testimonianza rappresenta il racconto del familiare e, come tale, attende eventuali chiarimenti o precisazioni da parte della struttura sanitaria.




