Dopo il delitto del 3 febbraio a Sarno, la storica attività di piazza Sabotino torna a vivere grazie ai figli della vittima, tra memoria e coraggio
C’è un profumo che ieri è tornato a diffondersi tra le strade di Sarno. È quello del pane caldo, lo stesso che per anni ha raccontato la storia e la vita di Gaetano Russo.
Quel forno, lo stesso luogo dove la notte del 3 febbraio è stata spezzata una vita con una violenza che ancora fa male ricordare, ha riaperto. Ma non è una riapertura qualunque. È un atto di coraggio. È una carezza data alla memoria. È un modo per dire che l’amore resta, anche quando tutto sembra crollare.
A tenere viva quella fiamma sono i suoi figli: Maria Angela, Raimondo e Cristina. Mani giovani, ma già segnate dal peso di un’eredità che non è solo lavoro. È identità, è famiglia, è radici profonde che nessuna tragedia può recidere.
Il primo pane sfornato non è stato venduto. È stato portato lì dove il cuore continua a cercare risposte: sulla tomba del padre. Un gesto semplice, quasi silenzioso, ma capace di raccontare tutto. Come se quel pane fosse un abbraccio, un dialogo che non si è mai interrotto.
Le parole di Maria Angela, affidate a un post, sono un pugno nello stomaco e insieme una carezza: un racconto fatto di mancanza, di occhi che cercano ancora, di mani che tremano ma non si arrendono. Parole che trasformano il dolore in promessa: quella di continuare, di andare avanti, di rendere orgoglioso chi non c’è più.
L’ombra dell’omicidio, per cui è accusato Andrea Sirica, resta lì, impossibile da cancellare. Ma accanto a quell’ombra oggi c’è una luce nuova. Piccola, fragile forse, ma reale.


