Dal primo gozzo costruito a 16 anni fino alle antiche tecniche tramandate nel Cilento, Giovanni Cammarano custodisce uno degli ultimi mestieri identitari della pesca tradizionale di menaica
A Pisciotta c’è ancora chi continua a costruire barche come nell’Ottocento, con il legno lavorato a mano, il sapere tramandato dagli anziani maestri e quell’odore di pece che racconta un pezzo autentico della storia marinara cilentana. È la storia di Giovanni Cammarano, ultimo maestro d’ascia del borgo cilentano, protagonista di un intenso e prezioso racconto pubblicato da Gambero Rosso, che ha riportato sotto i riflettori uno dei mestieri più antichi e identitari della costa campana.
Giovanni costruì la sua prima barca nel 1986, quando aveva appena 16 anni. Un gozzo di cinque metri realizzato interamente a mano con un semplice seghetto, senza elettricità e lavorando durante l’inverno, conciliando il tutto con la scuola. Quell’imbarcazione sarebbe poi stata utilizzata per anni nella pesca con la lampara, simbolo di una tradizione marinara che a Pisciotta ha rappresentato per decenni molto più di un lavoro: un’intera economia fondata sul mare e sulla pesca delle alici.
Nel piccolo centro cilentano, infatti, le barche si sono sempre costruite artigianalmente. Il mare era la vera “autostrada” del passato e le marine erano luoghi di commercio e relazioni. Per questo Giovanni, ancora ragazzino, dopo le lezioni andava nella bottega dei fratelli Vito e Vincenzo Fariello, storici maestri d’ascia del paese. Lì imparò un mestiere fatto di geometrie, istinto, misure tramandate oralmente e tecniche antiche che trasformavano il legno in imbarcazioni capaci di affrontare il mare del Cilento.
Quando i fratelli Fariello andarono in pensione negli anni Ottanta, fu proprio Giovanni a raccoglierne l’eredità, diventando ufficialmente maestro d’ascia negli anni Novanta. Un titolo riconosciuto perfino dal Codice della Navigazione, che lo inserisce tra le figure tecniche abilitate alle costruzioni navali.
Le sue mani continuano ancora oggi a modellare il legno secondo i ritmi della tradizione. Si parte dalla ricerca degli “stortami”, le parti naturalmente curve degli alberi, indispensabili per dare forma alle ordinate dell’imbarcazione. Il gelso viene utilizzato per la struttura portante, mentre la quercia serve per la fasciatura. Persino il taglio del legno segue regole antiche: deve avvenire durante la luna calante, perché il materiale risulti più secco e resistente all’umidità.
È una lavorazione lenta, quasi rituale, dove fede e mestiere si intrecciano. Prima del varo, infatti, sulla prua viene tracciata una croce, affidando il mare e la navigazione a qualcosa che va oltre la tecnica e il sapere umano.
Nella sua vita Giovanni Cammarano ha costruito circa trenta barche, molte delle quali utilizzate per la tradizionale pesca delle alici di menaica, presidio Slow Food e simbolo identitario del Cilento. Oggi però quel mondo rischia di scomparire. I porti si riempiono di imbarcazioni in vetroresina, gli strumenti elettrici sostituiscono il lavoro artigianale e la pesca tradizionale vive una crisi sempre più profonda, stretta tra normative, cambiamenti economici e perdita di comunità.
Ed è proprio qui che il racconto del Gambero Rosso assume un valore che va oltre la semplice storia personale. Perché quella di Giovanni non è soltanto la vicenda di un artigiano, ma il simbolo di un patrimonio culturale e umano che rischia lentamente di finire nell’oblio.
Le sue barche non sono semplici imbarcazioni: rappresentano memoria, identità, tradizione e un rapporto con il mare che il Cilento non dovrebbe permettersi di perdere.


