Ottanta strutture censite, un perimetro di circa 10 chilometri e un patrimonio tra storia militare, natura e biodiversità rara, l’area torna al centro del dibattito sulla riqualificazione
C’è un gigante silenzioso che per un secolo ha segnato il territorio tra il Vallo di Diano e il confine lucano, e che oggi torna a parlare attraverso numeri, rilievi e memoria storica. È l’ex deposito militare di Mandranello, a Padula, al centro della mappatura realizzata da Domenico Trezza: un lavoro di ricognizione che restituisce l’immagine concreta di una vasta cittadella logistica dismessa, con un perimetro di circa 10 chilometri e circa 80 strutture censite.
Non si tratta di una semplice operazione descrittiva. La mappatura, come precisato dallo stesso autore, nasce da un’iniziativa personale, gratuita e a fini esclusivamente conoscitivi e di valorizzazione storico-culturale. Un lavoro amatoriale, dunque, che non sostituisce cartografie ufficiali o documenti tecnici amministrativi, ma che ha il merito di riportare al centro un’area rimasta per anni ai margini dello sguardo pubblico.
La dimensione del sito colpisce già dai numeri. Secondo la ricostruzione proposta, il complesso racchiudeva 68 capannoni destinati allo stoccaggio sicuro di munizioni ed esplosivi, oltre a strutture di supporto come palazzina comando, officine, falegnameria, corpo di guardia, aree logistiche e spazi di servizio. Una vera cittadella autonoma, pensata per funzionare come un sistema organizzato e autosufficiente. Una descrizione che trova riscontro anche in ricostruzioni locali già pubblicate sul sito “Padula in Fotografia”, dove si richiama l’origine militare dell’area nel 1895, l’uso logistico protratto fino agli anni Ottanta e la successiva destinazione a centro di addestramento fino al 1995. Lo stesso sito indica poi il trasferimento del compendio al Comune di Padula nel 2013.
Il valore del lavoro di Trezza, però, non sta solo nella conta degli edifici. Sta soprattutto nell’aver trasformato una massa indistinta di strutture abbandonate in una geografia leggibile, capace di restituire l’imponenza reale del sito. Seguire quell’anello di 10 chilometri significa misurare sul campo quanto Mandranello abbia inciso, per decenni, sull’identità di quest’area interna. E qui sta anche il nodo politico e culturale: conoscere l’esatta consistenza di questi spazi è il primo passo per immaginare una riqualificazione seria, non fatta di slogan ma di visione.
Attorno a Mandranello, infatti, non c’è soltanto la storia militare. C’è una stratificazione molto più profonda, che affonda nelle dispute antiche tra feudatari e monaci, nei collegamenti con la Certosa di San Lorenzo e nella memoria del territorio pastorale. Tra i passaggi più suggestivi della ricostruzione c’è quello della cosiddetta “strada dei prigionieri”, che secondo fonti locali sarebbe stata realizzata nel 1917 da circa 300 soldati detenuti in Certosa, impiegati nei lavori per la viabilità militare e forestale. La presenza della Certosa di Padula come campo di prigionia nella Prima guerra mondiale è documentata anche da fonti del Ministero della Cultura.
Mandranello, però, non è soltanto memoria bellica e rurale. È anche un luogo di eccezionale interesse naturalistico. Sul piano scientifico, uno dei dati più solidi riguarda la presenza del Gymnospermium scipetarum, rara specie botanica individuata nel 2013 nei Monti della Maddalena durante attività di ricerca collegate all’Università della Basilicata e alla Società Botanica Italiana. La letteratura scientifica conferma che il ritrovamento nell’Appennino meridionale ha aperto un filone di studio specifico, fino a riconoscere le popolazioni italiane come riferibili a G. scipetarum, poi ricondotte alla sottospecie eddae.
Anche dal punto di vista ambientale, l’area dei Monti della Maddalena viene descritta come un contesto di forte valore idrogeologico, caratterizzato da sistemi carsici, conche endoreiche e falde alimentate dalle acque meteoriche. In questo quadro, Mandranello si presenta come uno spazio che unisce memoria storica, fragilità ambientale e potenzialità di sviluppo sostenibile. Più prudente, invece, è il riferimento all’aspirazione a un futuro riconoscimento come Geoparco UNESCO: il modello dei Geoparchi UNESCO esiste ed è fondato sulla valorizzazione della geodiversità insieme allo sviluppo sostenibile delle comunità locali, ma allo stato attuale non emerge da fonti ufficiali consultate un riconoscimento già attribuito a Mandranello o ai Monti della Maddalena.
Ed è proprio qui che il lavoro di mappatura acquista un significato che va oltre la ricostruzione storica. Perché un luogo così vasto, così denso di stratificazioni e così a lungo rimasto chiuso, non può essere lasciato a metà tra abbandono e nostalgia. O diventa progetto, oppure resta rovina. La sfida vera è questa: trasformare il perimetro che per decenni ha significato separazione e controllo in un nuovo spazio di conoscenza, memoria e fruizione sostenibile.
La ricerca di Domenico Trezza, con tutti i limiti dichiarati di un lavoro indipendente e non ufficiale, ha almeno un merito incontestabile: rimettere Mandranello sulla mappa pubblica. E non è poco. Perché certi luoghi muoiono davvero solo quando smettono di essere raccontati.




