Dopo cortei e oltre 12mila firme resta il muro istituzionale, il sindaco è chiamato a una scelta netta per difendere il diritto alla salute
Ci sono battaglie che una comunità non può permettersi di perdere. Quella per la riapertura del pronto soccorso dell’ospedale di Agropoli è ormai una di queste.
Non è più soltanto una questione sanitaria. È diventata una questione di dignità territoriale, di rispetto istituzionale e soprattutto di tutela della vita umana.
Dopo due cortei partecipati, dopo una mobilitazione popolare capace di risvegliare le coscienze di un intero comprensorio, il territorio si ritrova ancora una volta davanti al muro dell’indifferenza burocratica.
Una comunità che ha manifestato civilmente, che ha raccolto oltre 12mila firme attraverso un comitato spontaneo, che ha chiesto semplicemente il diritto di essere soccorsa in tempi umani, viene liquidata con risposte fredde, tecniche, distanti dalla realtà quotidiana.
Lo schiaffo a un territorio intero
La notizia che il pronto soccorso di Agropoli non potrà essere inserito nel sistema di emergenza-urgenza rappresenta uno schiaffo pesante a un territorio che vive ogni giorno una vera emergenza sanitaria.
Sentirsi dire che “mancano i medici” non può bastare. Non può diventare una giustificazione definitiva. Quando lo Stato non riesce a garantire un servizio essenziale, non può limitarsi ad alzare le spalle.
Qui si parla di vite umane. Di ambulanze costrette a lunghi trasferimenti. Di cittadini che attendono soccorsi in un’area vasta, complessa, turistica, popolosa, che non può essere trattata come una periferia marginale della sanità campana.
Agropoli non rappresenta soltanto i suoi oltre 30mila residenti ufficiali. È punto di riferimento sanitario, commerciale e sociale per un comprensorio che supera abbondantemente gli 80mila abitanti già nel periodo invernale, con numeri che in estate diventano ancora più rilevanti.
Pensare che un’area simile possa restare senza un vero presidio di emergenza è una scelta difficile da comprendere e ancora più difficile da accettare.
Sindaco, cosa aspetta?
A questo punto la domanda diventa inevitabile: cosa deve ancora accadere?
Cosa impedisce un gesto forte, simbolico, istituzionalmente clamoroso? Cosa impedisce di consegnare la fascia tricolore nelle mani del Prefetto come atto estremo di difesa del territorio?
Qui non si tratta più di appartenenze politiche, tavoli tecnici o promesse rinviate. Qui si tratta di salvare vite umane.
La sensazione crescente è che si stia tentando di accompagnare lentamente la comunità verso l’accettazione del nulla. Come se l’assenza del pronto soccorso dovesse diventare una condizione normale.
Ma normale non è. E non lo sarà mai.
Un sindaco, davanti a un’emergenza di questa portata, non può limitarsi a seguire gli eventi. Deve scuotere le istituzioni, rompere gli schemi, assumersi il peso politico di uno scontro duro se necessario.
Perché la storia giudica le amministrazioni non per le parole pronunciate nei comunicati, ma per il coraggio dimostrato nei momenti decisivi.


