Dal 20 marzo si è chiuso simbolicamente un ciclo politico iniziato negli anni Novanta, tra linguaggi divisivi, trasformazioni culturali: la politica vista da Angelo De Bellis
Nella suddivisione della storia in epoche, il 20 marzo potrà essere ricordato come la data che segna la fine di un periodo originatosi agli albori degli anni novanta del secolo scorso, legato alle figure di Bossi e Berlusconi.
Con il 20 marzo, esequie di Umberto Bossi e avvio della consultazione referendaria sulla giustizia, arrivano a conclusione, per strana coincidenza storica, sia la vicenda umana di una persona sia un progetto politico, simboleggiato dalla riforma della giustizia, con l’obiettivo centrale della separazione delle carriere dei magistrati, cavallo di battaglia dell’azione politica di Berlusconi.
La netta prevalenza del NO chiude questo lungo e stantio rovello che ha continuato a sostenere Forza Italia e, con esso, l’effetto-ricordo, legato alla figura del suo fondatore, anche dopo la sua scomparsa.
Le iniziative politiche assunte ultimamente dai figli attestano di fatto questo assunto!
Non mi permetto di addentrarmi in analisi storiche-politiche sui due soggetti, non avendone la competenza, ma un giudizio sul loro operato politico, basato su ciò che ognuno di noi ha sperimentato quotidianamente, mi sembra possibile.
Quando muore una persona, specialmente se è conosciuta e importante, si tende a dimenticare cosa ha detto e cosa ha fatto in vita e così la si celebra a prescindere, senza memoria; ma non deve essere questo il caso.
È indubbio che Bossi e Berlusconi abbiano modificato l’asse della politica italiana dagli anni novanta in poi, ma hanno anche rappresentato, in senso negativo, il lungo periodo storico in cui sono stati protagonisti.
Entrambi hanno avuto un ruolo importante e significativo nell’evoluzione negativa di certi comportamenti pubblici e politici; entrambi sono responsabili dell’attuale degrado politico e civile della società italiana:
l’uno, con il suo linguaggio, ne ha favorito l’imbarbarimento;
l’altro l’ha volgarizzata, facendola scadere eticamente.
Il rapporto fra Bossi e Berlusconi fu il vero laboratorio della cosiddetta seconda repubblica: alleanza, rottura, riconciliazione.
Si detestarono e si usarono, poi si ritrovarono.
Berlusconi, nella sua discesa in campo, 1994, aveva bisogno della legittimazione territoriale e popolare ed, infatti, escogita il Polo della Libertà al Nord, alleandosi con l’allora Lega Nord e il Polo del Buon Governo al Sud, insieme all’allora Movimento Sociale Italiano.
Bossi, dal canto suo, aveva bisogno delle Istituzioni e della potenza mediatica dell’altro, per rafforzare la propria influenza.
Bossi pose il tema della riforma federalista dello Stato; però lo tradusse in termini sbagliati, spostandosi sempre più verso l’idea della secessione.
In questo modo sprecò politicamente la sua intuizione, riducendosi a fare la ruota di scorta di Berlusconi.
Umberto Bossi, per questo scopo, basò la sua azione politica su razzismo, odio e volgarità spacciata per espressione popolare.
Utilizzò un linguaggio brutale, spesso insultante e caricaturale, enfatizzando le presunte differenze culturali e morali tra un Nord virtuoso e un Sud parassita; per lui i meridionali erano dipinti come nemici: i terroni, quelli che puzzano, poveri, pigri e corrotti; razza inferiore.
Non si limitò solo a dare voce alla questione settentrionale: l’ha radicalizzò e l’ha deformò in una pedagogia del risentimento, in una politica del nemico, in una lunga delegittimazione dell’idea stessa di comunità nazionale.
“Roma ladrona” diventò il simbolo del centralismo inefficiente, dissipatore, corrotto e del Sud come beneficiario passivo.
La Padania veniva presentata come entità separata, mentre il Sud era percepito come esterno, distante e problematico; quasi una parte nordica dell’Africa.
Questi termini e atteggiamenti hanno forgiato un pregiudizio settentrionale, hanno creato un clima di esclusione culturale e sociale, perché Bossi non si limitava solo a parlare in maniera provocatoria:
la sua propaganda era una vera e propria azione politica capace di modellare paure, comportamenti e preconcetti reali, generando diffidenza verso i meridionali e le relative Istituzioni; consolidando, così, una frattura sociale tra le due Italie, alimentata da una vera e propria ostilità, da timori e stereotipi duraturi che ancora oggi si riflettono nei media e nel linguaggio quotidiano.
In questo senso, anche il film Benvenuti al Sud, 2010, può essere considerato pedagogico: attraverso la commedia, mette in scena i pregiudizi settentrionali e le incomprensioni culturali, permettendo di riflettere sulle distanze sociali e culturali tra Nord e Sud, e sui modi in cui tali stereotipi si riproducono nella vita quotidiana.
Ad ulteriore commento, vorrei condividere un ricordo personale della mia esperienza lavorativa, che illustra concretamente come i pregiudizi settentrionali possano scontrarsi con la realtà del Sud.
Nel 2003, l’Istituto SanPaolo IMI, che l’anno precedente aveva incorporato il Banco di Napoli, assumendo la denominazione SanPaolo BancodiNapoli S.p.A., iniziò ad adeguare il sistema informatico a tutte le sue filiali e consociate.
Per questo motivo arrivarono nella nostra filiale a Vallo dei colleghi piemontesi con la funzione di tutor.
Fra le tante cose discutibili nella gestione della lenta dissoluzione del Banco, c’era anche questo: il nostro sistema informatico era più funzionale del loro e, dato che noi meridionali siamo più intelligenti, fummo noi a mostrare ai tutor come una certa operazione, che loro intendevano articolare in più passaggi, poteva essere eseguita con un solo passaggio.
La loro settimana di permanenza finì così per somigliare più a una licenza premio che a un vero impegno lavorativo.
Fu l’occasione per colloquiare con animi distesi.
Ricordo di aver chiesto al mio tutor con quanta paura, timore e preconcetti fosse arrivato, convinto, con pochi dubbi, che la maggior parte di noi fosse tendenzialmente portata a delinquere.
Onestamente, il collega — di cui purtroppo non ricordo il nome — confermò, scusandosi, di essere stato vittima di un bombardamento mediatico di anni; ma aveva trovato colleghi preparati, gentili e disponibili; scoperto un territorio bello e attraente e mangiato divinamente.
Lo stesso collega, l’anno seguente, passò di nuovo dalla filiale per dirmi che era venuto in ferie con la bicicletta per percorrere le strade del Cilento.
Berlusconi ha preso quel modello e lo ha elevato a rango superiore, sostituendo il terrone col comunista come nemico assoluto.
L’impatto della sua azione sulla società italiana ha provocato un ulteriore deterioramento culturale, politico e istituzionale del Paese.
Non è fantasia sostenere che attraverso l’impero televisivo Fininvest/Mediaset, Berlusconi abbia imposto un modello culturale basato sulla televisione generalista e commerciale, influenzando i consumi e la cultura popolare italiana.
Gli effetti che si sono sedimentati nel tempo:
Normalizzazione della volgarità e della sessualizzazione: programmi comici e varietà hanno contribuito a legittimare comportamenti e linguaggi volgari; banalizzando il ruolo delle donne, ridotte ad ancelle del potere, valutate solo per il loro aspetto fisico.
Promozione di valori materialistici e individualisti: la televisione commerciale enfatizzava lusso, ricchezza e successo immediato come obiettivi principali della vita, contribuendo a creare un immaginario in cui l’apparenza e il denaro contano più dei valori morali o della meritocrazia.
Questa cultura ha portato a uno svuotamento del dibattito culturale, alla riduzione del dibattito politico a show televisivo, dove l’immagine conta più dei contenuti, erodendo la serietà del discorso pubblico e la cultura civica, influenzando opinioni e comportamenti collettivi.
In parallelo, affermando che l’intelligenza media degli italiani corrispondeva a quella di un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco, egli tendeva a giustificare la riduzione degli investimenti in settori chiave come l’istruzione, contribuendo ad un lungo declino economico e sociale.
Infine, scandali personali, leggi ad personam, compravendita di senatori e procedimenti giudiziari, come le indagini per concorso esterno in associazione mafiosa e il caso Mediaset, il solo procedimento che ha portato a una condanna definitiva passata in giudicato, hanno ulteriormente abbassato il livello dell’etica pubblica e della politica, alimentando sfiducia e cinismo nella società italiana.
Lì tutto è nato… lì tutto ha iniziato a morire!
Quando la cronaca si farà storia, nulla resterà come prima.
Per sintetizzare un contesto storico rilevante che attiene alla storia del Banco di Napoli, nel 1997 il potere politico, con ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, dispose la fine del secolare istituto al fine di salvare la BNL.
Il 60% del capitale ordinario del Banco di Napoli fu ceduto alla società Banco di Napoli Holding, costituita dall’INA e dalla BNL, per un prezzo pattuito di 61,6 miliardi di lire.
Un raffronto singolare, legato al calciatore Christian Vieri, porta inevitabilmente a tristi e amare considerazioni sul valore attribuito ai patrimoni storici italiani e sulle scelte di politica economica e finanziaria dell’epoca.
1997 (Juventus → Atletico Madrid): circa 34 miliardi di lire.
1998 (Atletico Madrid → Lazio): circa 55 miliardi di lire.
1999 (Lazio → Inter): circa 90-100 miliardi di lire.
Il San Paolo IMI ha acquistato il Banco di Napoli all’inizio degli anni 2000, per una cifra complessiva vicina ai 6.000 miliardi di lire, una plusvalenza enorme rispetto ai circa 61 miliardi di lire iniziali.


